Golden Goose Sneakers Rose

La trama, innanzitutto. Il luogo comune dice che il colpevole deve essere svelato alla fine, e così è, quindi la tensione c’è tutta. Il cast merita: in origine l’avvocato lo doveva fare Gandolfini, poi per ovvi motivi si è passati a De Niro che, per botta di fortuna della produzione, era impegnato a girare uno dei filmacci coi quali da un quarto di secolo si rovina la reputazione, e si è arrivati a John Turturro, che la sua partita bene o male la porta sempre a casa.

Michael Gracey, regista di The Greatest Showman, è lui stesso un po’ Barnum: self made man australiano come la star del suo lungometraggio d’esordio, giovane e ambizioso, intento a lasciare il segno nel cinema hollywoodiano come nel musical anglosassone (con ben presente il conterraneo Baz Luhrman), patendo da un solido background come regista pubblicitario e realizzatore di effetti speciali cioè mago. Gracey ha preso una sceneggiatura firmata da un peso piuma come Jenny Bricks e l’ha fatta riscrivere da un peso massimo come Bill Condon, autore di adattamenti cinematografici di musical di enorme successo (Chicago, Dreamgirls, La bella e la bestia) ma anche di un geniale piccolo film sul cinema, Demoni e dei, premio Oscar alla sceneggiatura. Le canzoni di The Greatest Showman sono scritte dal duo di trentaduenni Pasek Paul (Oscar per City of Stars di La La Land) e composte da Johnn Debney (Oscar nomination per la colonna sonora de La passione di Cristo)..

Pochi momenti della storia recente, per di più di un luogo specifico, hanno perforato l’immaginario collettivo come l’esplosione di eccesso e creatività che ha caratterizzato la vita newyorkese nei primi anni Ottanta. Tutto, o quasi tutto, è nato lì, in una germinazione spontanea e caotica le cui spore arrivano fino a oggi: il mix di cultura alta e di cultura bassa, la deflagrazione dell’underground e la santificazione del downtown, la spettacolarizzazione dell’arte con conseguente trasformazione dell’artista in divo pop, e poi il collasso di ogni elemento in un calderone in cui la moda, frenetica e cannibale, diventa modalità di pensiero e i linguaggi si mescolano, liberi e belli. Il tutto, nello scenario di una metropoli non ancora completamente gentrificata, anzi piena di zone marginali, angoli bui e aree pericolose che diventano territorio di espansione e di conquista.

Con tre nominations all’Oscar e due Golden Globes (ricevuti per l’interpretazione delle attrici protagoniste), il film apre le porte al successivo lavoro di Newell; questa volta, per Tir na nOg (è vietato portare cavalli in città) (1993) si affida alla scrittura degli sceneggiatori Jim Sheridan e David Keating, con i quali racconta la gioia di due bambini zingari che, al galoppo di un cavallo bianco, fuggono da Dublino inseguiti dal padre e dalla polizia.Nel 1994 arriva il momento di Quattro matrimoni e un funerale, commedia esilarante che raggiunge le sale cinematografiche di tutto il mondo. Qualche numero: con più di 130 milioni di dollari incassati (assieme a Full Monty è uno dei film britannici di maggior successo di tutti i tempi), il film rende l’attore Hugh Grant un divo internazionale e le poesie d’amore di Wystan Hugh Auden (recitate nel film) diventano un best seller, rimasto primo nella classifica delle vendite per diversi mesi.Affezionato al carisma di Hugh Grant, il regista costruisce la trama di Un’avventura terribilmente complicata (1995), occasione per l’attore di confrontarsi con un ruolo drammatico che, malgrado l’eccezionalità della performance, non riesce ad eguagliare i risultati del film precedente. Con il mafia movie Donnie Brasco (1997), Newell ritorna ad un cinema attento alla caratterizzazione dei personaggi che scansa la violenza gratuita di tanti film incentrati sulla malavita per indagare su contraddizioni e ambiguità impossibili da svelare del tutto; con la storia di un’amicizia tra un agente dell’FBI (Johnny Depp) e Lefty (Al Pacino), mafioso di seconda classe, il regista mostra la capacità di andare in profondità nell’animo umano, senza strafare con sensazionalismi ma affidandosi ad una sceneggiatura attenta e ben costruita.Dopo Falso tracciato, passato senza troppo clamore malgrado annoveri nel cast Angelina Jolie, Cate Blanchett e John Cusack, è la volta di Mona Lisa Smile (2003), evoluzione di una professoressa anticonformista in una scuola femminile del Massachussets degli anni Cinquanta.

Lascia un commento