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Uscito in Francia ad aprile del 2017, una manciata di giorni prima delle elezioni presidenziali, il film di Philippe de Chauveron è la risposta (forse) piccata a Chez nous A casa nostra di Lucas Belvaux, che provocò a febbraio dello stesso anno l’ostilità di Marine Le Pen e dei dirigenti del Front National. E un famoso motivo (Les Gitanes). Riascoltatelo.

Nonostante le differnze tutte le storie sono collegate da un leit motiv: la liberzione dalla schiavit in tutte le sue forme e la lotta per la libert si parte dalla liberazione di uno schiavo nero , d recluso nelle stive di una nave mercantile, poi promosso a membro dell passando per la rottura dai retaggi culturali ostili nei confronti delle diversit come nel caso del musicista bisessuale e culminando con le vicende di un robot negli anni del 23 secolo che rischiando contro le leggi del suo sistema decide di prendersi dei rischi e di farsi accettare dal mondo reale degli umani battendosi per la cessazione dei maltrattamenti e per la completa integrazione della categoria delle schiave/robot costrette a nutririsi con i resti delle loro stesse compagne soppresse. Le tematiche principali oltre a quelle della libert sono la morte, vista come una porta oltre la la quale ci viene offerta la possibilit di condurre una nuova vita e quindi la reincarnzaione. L di certo pi toccante quella in cui la schiava/robot perseguitata nel mondo dei “genomati” viene giustiziata in quanto portatrice di ideali di uguglianza e parit per poi essere venerata e celebrata nei secoli successivi come una dea.

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Ma è già il titolo a raccontarci questo, con un riferimento esplicito alla tragedia di Euripide Ifigenia in Aulide, una delle pagine più crudeli della letteratura greca e occidentale in genere. Al resto ci pensa la messa in scena di Yorgos Lanthimos, che nasconde in ogni frame un’insidia psicologica. Dapprima la sensazione costante che qualcosa di terribile stia per accadere, quindi la rappresentazione della tragedia in atto e del suo intensificarsi man mano che la storia procede.

Le sue ambizioni sono alte, smisurate: vorrebbe emulare l’eremitaggio del poeta Milton come espediente per una perfetta meditazione e per l’autoperfezionamento nell’arte dello scrivere e riporta in calce ai suoi farneticanti scritti massime solenni di Platone come dediche ai suoi inesistenti lettori. L’ossessione per la Rota Fortunae sembra condizionare ogni sua scelta mentre il De Consolatione Philosophiae è la stella polare della quale si serve per orientarsi nelle anse di una squilibrata relazione con l’anziana madre alcolizzata ma anche in una New Orleans degradata a “capitale del vizio del mondo civilizzato”, rifugio di “puttane, esibizionisti, alcolizzati, sodomiti, tossicomani, feticisti, pornografi, truffatori, megere, inquinatori e lesbiche” dalle cui avvilenti paludi non ha modo di evadere per via di una cronica fobia per i pullman granturismo. Toole ce lo presenta dapprima nel chiuso delle quattro mura domestiche, come un sudicio dittatore che trova sempre da ridire o puntualizzare su tutto, pur difettando di esperienza in ogni campo, si ingozza di porcherie come un bambino e limita i suoi contributi in casa a qualche spolverata e alla crema al formaggio, sua unica specialità in cucina.

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